Area archeologica nota come Villa dei Quattro Venti (o Villa di Marco Emilio Lepido), situata a circa 100 metri a sud-est del centro storico di San Felice Circeo, con accesso da via Marco Emilio Lepido. Il complesso monumentale, datato alla tarda età repubblicana (inizio I secolo a.C.), è costituito da due terrazze sostruite realizzate in opus incertum e ricalca l'impianto di un santuario dedicato a una divinità non ancora identificata con certezza, forse Venere. La tradizione locale attribuisce la villa all'ex triumviro Marco Emilio Lepido, che vi trascorse gli ultimi anni in una sorta di esilio dorato dopo essere stato estromesso dai giochi di potere di Antonio e Ottaviano. Nell'Ottocento il principe Stanislao Poniatowski, divenuto signore del feudo nel 1808, trasformò l'area in frutteto, vigneto e giardino, facendovi costruire un'altana progettata dall'architetto Valadier con funzione di osservatorio, la 'Torretta dei Quattro Venti' da cui il sito prende il nome attuale. Passato in comodato al Comune nel 2011-2012 dopo una lunga vicenda di espropri, il sito è stato oggetto negli anni di interventi di recupero e valorizzazione, insieme alla vicina Fonte di Lucullo.
Il sito dei Quattro Venti si affaccia su una delle più suggestive vedute del Circeo, protendendosi grandiosamente dalle pendici del monte verso il Golfo di Gaeta, al di sotto dell’abitato dell’antica Circeii. Il complesso occupa una superficie di circa 8000 mq e fu costruito su una serie di muri di terrazzamento per ovviare artificialmente le irregolarità del terreno. Esso si articola su tre terrazze che costituiscono altrettanti livelli di costruzione. La terrazza inferiore, di forma trapezoidale, è descritta da due imponenti murature parallele, legate da bracci trasversali visibili in origine solo nel lato orientale, prospicente verso il mare. Il lato meridionale, asimmetrico rispetto agli altri, disegna, sul piano della prima terrazza, un’area di forma triangolare, adibita a giardino. Nell’angolo sud-ovest del giardino fu ricavato un piccolo ninfeo, a pianta circolare iscritta in un quadrato con due absidi laterali. All’interno di questo perimetro due murature perpendicolari facevano in origine parte di un criptoportico coperto a volta, che correva lungo 3 lati del primo piano e che formava il limite della seconda terrazza. Nel lato nord-orientale sono visibili due ambienti coperti a volta e uno stretto corridoio che conduceva dal criptoportico al secondo livello dell’edificio. Tutto il secondo livello è ricolmo di terra, anche se è proprio qui che si disponevano le fabbriche vere e proprie dell’edificio, delle quali si sono individuati alcuni ambienti ed un atrio di forma rettangolare verso nord-ovest. L’atrio era pavimentato con lastre di pietra locale ed era contornato da un portico su pilastri. A est dell’atrio si sono scoperte delle stanze, di cui alcune con pavimenti a mosaico bianco e nero. L’ingresso dell’edificio era posto sul lato nordoccidentale ed era collegato alla via che saliva verso Circeii e che entrava nell’abitato romano dalla porta di sud-est, o Antica Porta. La Porta presenta infatti, sulla parete destra, un tratto in opus incertum contemporaneo e del tutto simile a quello del sito dei Quattro Venti. La tecnica edilizia usata, infatti, è l’opus incertum di notevole fattura, realizzato usando conci regolari di pietra calcare locale, ben squadrati e combacianti, messi in opera con l’uso di poca malta intermedia. Gli archivolti sono realizzati con conci regolari della stessa pietra, mentre le volte sono costruite da scaglioni di pietra disposti a raggera. Il tipo di opera incerta è databile tra II e I sec. a.C. e la sostanziale uniformità dell’apparecchio murario e dei materiali di costruzione fanno ipotizzare che il complesso dei Quattro Venti fu elevato in un unico momento costruttivo, seguendo un disegno monumentale. Il progetto che sta alla base del sito dei Quattro Venti, la sua posizione rispetto al monte alle spalle e il mare dall’altro versante, è annoverabile nel genere delle architetture terrazzate e sostruite, nate in età tardo repubblicana al fine di integrare e far interagire, in una sorta di dialogo visivo, lo spazio architettonico vero e proprio con la natura circostante. Questo linguaggio si afferma ben presto nell’edilizia monumentale e viene usato per creare un connubio tra natura ed edificio dal forte impatto emotivo, definito anche architettura scenica. Nell’architettura scenica ad elementi architettonici strettamente funzionali e fruibili si accostavano, integrandosi, elementi dall’evidente valore percettivo ed emozionale, come poteva essere la bella vista osservabile dalla seconda terrazza, dischiusa al mare, che doveva giocare un ruolo principale nell’economia dei vari corpi dell’edificio. Il Lugli, sulla base della grandezza e della spettacolarità del sito, la indicò come la villa in cui visse il suo esilio al Circeo Marco Emilio Lepido, triumviro allontanato dall’Urbe nel 36 a.C. da Augusto. I dati rinvenuti nella più recente campagna di scavo presso il sito di Palazzo, hanno indicato la villa di Domiziano come il luogo più probabile dell’esilio di Lepido al Circeo.